Nella sala conferenze, l’aria era densa di attesa soffocante. Orson e Tito, i due soci anziani con capelli candidi e volti segnati da decenni di potere, sedevano svogliati accanto alla stagista. Lei, una minuta bellezza dai capelli rossi fiammeggianti, pelle d’alabastro e occhi verdi come smeraldi, sfogliava i suoi appunti con mani tremanti, il cuore che le martellava nel petto. Mancava solo Narciso, il terzo socio, per dare il via alla concept study sull’Islamic finance nell’UE. Ogni ticchettio dell’orologio amplificava la sua ansia, un nodo stretto in gola.

Passarono mezz’ora eterna. Poi, passi decisi echeggiarono sul parquet. Narciso irruppe, la sfiorò con uno sguardo sprezzante – un predatore che valuta la preda – e si accomodò di fronte a lei, fiancheggiato dagli altri due over 60.

“Inizi pure,” grugnì Orson, il più anziano, con un tono che tradiva impazienza da campo da golf.

La ragazza deglutì, iniziò la presentazione con voce esile, le parole che inciampavano come su un filo teso. Tito, il “bello” del trio ma un disastro con le donne, si perse subito nelle email. Orson tamburellava le dita, già altrove. Narciso, invece, la trafiggeva con occhi inquisitori, non per interesse al tema, ma per il piacere sadico di vederla arrossire e balbettare. Il suo sguardo scivolò sulle gambe di lei: calze velate che accarezzavano la pelle, tacchi vertiginosi che la slanciavano in modo provocante.

Non resistette. La interruppe bruscamente: “Basta con queste banalità! Si presenta con rossetto rosso da puttanella? Gonna così corta che urla ‘guardatemi’? Che intenzioni ha? Ci distrae o vale qualcosa?”

Lei avvampò, parole strozzate in gola. Narciso, noto per il suo umore lunatico e irascibile che terrorizzava lo studio, le strappò i fogli di mano e li scaraventò a terra. “Raccoglili! Subito!”

Con lo sguardo inchiodato al pavimento, lei si chinò, ginocchia che tremavano. Lui le si parò dietro, sussurrando con voce vellutata e crudele: “Autoreggenti, eh? Che scelta troieggiante per un ufficio.” Lei si accovacciò sui talloni, ma era inutile: esposta, vulnerabile. Orson e Tito assistevano attoniti, ma la paura di Narciso li paralizzava.

Narciso esultava interiormente. Spinse oltre: le sollevò la gonna, rivelando natiche sode e perfette; sbottonò la camicetta, abbassò il reggiseno, esponendo il seno agli sguardi affamati. Si ritrasse, sedendosi con un ghigno: “Ora riprova. Così sì che cattura l’attenzione.”

Lei era muta, paralizzata dall’umiliazione, corpo nudo tranne calze e tacchi. Narciso avanzò, estrasse la pochette e le sbavò il rossetto sul viso immacolato, ridendo diabolico: “Adesso sembri seria… nonostante tutto in mostra.”

Lei barcollò verso la porta, lacrime agli occhi, ma lui la bloccò: “E le segretarie? Ti vedranno come una zoccola. Torna qui.”

Intrappolata, tornò al centro. Orson e Tito, eccitati oltre misura – i loro gessati tesi tradivano il desiderio – la fissavano. “Come rimedio?” implorò lei, voce spezzata.

Narciso ordinò: “Toccati. In modo lascivo, per noi.” Salì sulla scrivania, gambe divaricate, dita che esploravano se stessa sotto i loro occhi. Narciso accarezzò le sue cosce velate; spinse Tito: “Tocca.” Tito esitò, ma lei, rassegnata, guidò la sua mano tra le gambe umide, mentre dita di Narciso le invadevano la bocca.

L’eccitazione montava, traditrice. Narciso la legò – cravatta intorno a polsi e collo, incaprettata a 90 gradi, nuda salvo calze. “Posizione ideale.” Sciolse i capelli rossi, afferrandola per la chioma, scopandole la bocca con violenza fino a schizzarle in viso. Tito la penetrò con dita nel culo, poi si masturbò, inondandole il volto. Orson, che non ama troppo i contatti fisici sborrò in un bicchiere e la costrinse a berlo.

“Brava,” sghignazzò Narciso, ricomponendosi. “Ti addestrerò da schiava/oggetto e mentre starai in studio potrai assumere solo atteggiamenti e posizioni da puttana. La presentazione? Superata.” Uscirono, lasciando a lei l’umiliazione finale: la segretaria entrò, trovandola semi-nuda, ricoperta di sperma. Ma questo era solo l’inizio di un incubo.