Nella vita, a volte, ci sono legami che sembrano predestinati, fili invisibili di una ragnatela che ci intrappola senza che ce ne rendiamo conto subito. Solo dopo, ripensandoci, realizzi di aver già sfiorato quella persona, di aver condiviso amici o incrociato sguardi fugaci o frequentato gli stessi luoghi. È una connessione sottile, quasi erotica nel suo mistero, che lega anime, corpi e desideri inaspettati.

Anni prima della pandemia, iniziai a frequentare l’uomo che avrebbe devastato la mia esistenza nel peggiore dei modi. Ma lui non è il vero protagonista di questa storia. No, il centro della scena è occupato da R., un vecchio albergatore eccentrico di Milano, suo amico dai tempi del collegio: un settantenne con capelli bianchi, un sorriso obliquo da volpone consumato e un’aria che trasudava malizia milanese.

Era una mattina di fine primavera, soleggiata e calda, nel cuore di Milano. Io e Sergio, il mio compagno di allora, stavamo cercando un nuovo appartamento per lui – doveva lasciare la sua compagna ufficiale. Avevamo appuntamento con R., che ci propose il suo alloggio in zona Sant’Ambrogio, affittato a una delle sue “squinzie”: una ragazza pugliese, giovane, bella, ma troppo assente (diceva R.) in quel periodo. Fu lì che lo incontrai per la prima volta. Mi studiò immediatamente, con occhi affamati che scivolavano sul mio vestito leggero, aderente quel tanto da accennare alle curve, sui miei capelli lunghi fino al fondoschiena e sui tacchi vertiginosi che slanciavano le gambe. Era esaltato dal gossip che poteva fare con gli altri amici subito dopo averci lasciati, ebbene sì, è una “betonega” colossale e maligna. Mi accolse con battutine, un caffè bollente offerto con un ghigno, e da quel momento divenne una presenza costante.

Le cene a quattro iniziarono presto, nei ristoranti che contano a Milano: io, Sergio, R. e una delle sue “girls” del momento – sempre belle, giovani, con corpi e volti scolpiti dallo stesso chirurgo. Difatti la domanda frequente di R. era: “non trovi che Gaia, Erica e Michi si assomigliano sempre di più?” Il tempo lo si passava tra risate grasse, gossip velenoso, storie delle sue marachelle tra moglie e amanti. Ci raccontava di come riusciva a piazzare le varie amanti tra comparsate nelle serie televisive a programmi sui motori, concorsi di bellezza e varie… Per rendervi meglio l’idea ogni anno si festeggiava il compleanno di lui anche quattro sere di fila, nello stesso hotel di lusso, con gli stessi invitati tranne le sue compagne, che erano l’unica variante rispetto alle serate precedenti. Il nostro legame era un contrasto elettrico: affinità magnetiche mischiate a repulsione. Mi irritavano le sue cattiverie gratuite. Ricordai persino di averlo visto anni prima in TV, su un canale regionale: “Guarda questo cretino”, pensai, cambiando canale con disprezzo.

Gli anni volarono, e poi arrivò la rottura del mio aneurisma cerebrale, esploso durante un innocuo pomeriggio nel bel mezzo delle restrizioni da Covid. Passai mesi in ospedale, isolata. Loro due, uomini soli, continuavano a spassarsela ogni sera al ristorante di uno dei suoi due hotel del centro. Grazie alle mie fragilità e al veleno di R., Sergio e io litigammo furiosamente dopo il mio rientro a casa. Quella sera stessa, lui si trasferì in albergo da R. E io? Ricevetti un invito a cena da R., immediato, come un predatore che fiuta la preda ferita. Ma ero troppo presa dalla mia vita.

Mesi di ambiguità: Sergio teneva il piede in due staffe, isolandomi per nascondere la sua nuova fiamma, un’ “arrampichina” stagionata brianzola che si spacciava per agente immobiliare senza aver il patentino in quanto non aveva il diploma. Lo scoprii da una storia instagram di Capodanno: un tavolo insolito di vecchi al suo lussuoso ristorante, e il mistero si svelò. Amici comuni tirarono un sospiro di sollievo, e iniziò la parata dei tentativi goffi: proposte di “stipendietti” se li avessi fatti stare bene. “Basta un paio di tacchi e sii carina con me”, balbettò uno. Ridicoli. Io, nel frattempo, rividi il mio ex amante: non ero affranta, anzi, eccitata. La libertà mi piaceva da matti.

L’estate arrivò calda, opprimente. R. non mollò durante tutti questi mesi: messaggi insistenti, inviti a cena. E fu così, che una sera, quando il mio amante partì in vacanza con la moglie, pensai: perché no? Morivo dalla curiosità di verificare i miei sospetti, nati da sguardi fugaci, gesti involontari del corpo. Abitavo in via Washington; scelsi un ristorante vicino, il Borgia, per mantenere distanza. Non era il caso di rischiare approcci da polpo in macchina. Indossai un tubino bianco attillato, che fasciava ogni curva e lasciava intuire l’assenza di intimo sotto. Ai piedi, le Iriza color cipria con suola rossa, letali. Un ragazzo sul marciapiede si voltò a guardarmi, esitante, come se volesse avvicinarsi. dopo che mi vide uscire dal portone. Ma la timidezza vinse, peccato poteva essere un inizio di una nuova storia da raccontarvi. Mi sentivo predatrice, potente e irresistibile.

R. arrivò esaltato, occhi che mi divoravano. Drink (analcolico per lui), chiacchiere. Poi, sotto il tavolo, appoggiai il tacco della mia scarpa sulla sua coscia, premendo con deliberata crudeltà. Sobbalzò, ma tacque. Il mio piede salì piano, esplorando… sorpresa: niente mutande. Il suo cazzetto già semi-eretto pulsava contro i pantaloni, tradendolo. Lo fissai, sorriso gelido, e premetti più forte. “Sì, fammi male”, gemette piano. Tornai a casa sola, ma con la certezza: avevo visto giusto.

Iniziarono i messaggi ossessivi: buongiorno, buonanotte, tipici di quelli che hanno la sindrome da cane pastore con le proprie pecorelle. Cominciò a portarmi la spesa e chiedermi se avessi bisogno di qualcosa. Io non amo chiedere, lo trovo volgare. Sta all’uomo fare l’uomo e preoccuparsi di cosa abbia bisogno o no la donna che gli suscita interesse.

La settimana dopo, in macchina verso un ristorante toscano sui Navigli. Gonna corta, tacchi alti, umore diabolico. A un semaforo, tolsi la scarpa e gli infilai il piede nudo in bocca. “Succhia”, ordinai sussurrando. Obbedì, lingua avida sulle dita, occhi spalancati in un misto di terrore e lussuria. Il suo cazzo si indurì all’istante. Lo lasciai sospeso, andammo a cena. Sotto il tavolo, lo stuzzicai di nuovo, il suo viso teso trasudava desiderio represso.

L’uscita successiva fu spassosa. Venne a prendermi, era vagamente distratto tra chiamate di sua moglie e delle varie squinzie, quindi non notò il mio abbigliamento; calze da reggicalze con riga posteriore. Era una serata insolitamente fresca per essere agosto. Andammo in un ristorante vicino a corso Como. Si accorse delle calze solo dopo che un turista francese mi lanciò degli sguardi piuttosto languidi. Da seduta si vedeva la balza e il gancino del reggicalze che spuntava da sotto l’abito. Quella sera provocai come sempre e lo lasciai ancora in bianco.

Ci accordammo per un viaggio in Toscana per visionare un cucciolo di razza, un Golden Retriever americano. Partenza all’alba; in autostrada, gli infilai i piedi nudi dentro i pantaloni mentre guidava, stuzzicandolo durante le sue chiamate alle “compagne”. Mi faceva sentire viva, elettrica. Una fresca brezza di pura frivolezza.

Qualche giorno dopo, cena e poi in appartamento. Non attese la porta chiusa: mani ovunque, baci sul collo famelici. Non durarono tanto, lo bloccai, sono io che comando. Gli sfilai la cintura, la strinsi al suo collo, lo trascinai sul divano. Lo gettai giù, mi misi a cavalcioni su di lui. Sbottonai la camicia, strizzai i capezzoli fino a farli arrossare, lui che gemeva dal dolore e piacere. Voleva scoparmi, implorava. “Sei troppo promiscuo”, sussurrai, afferrando la frusta – un gatto a nove code in pelle morbida, che mi regalò il mio ex ai tempi. La feci scorrere sulla sua pelle, poi colpii: cosce, petto, vicino al cazzetto eretto che pulsava implorando. “Tesoro, ti prego…”, supplicò. Gli mostrai la mia natura: graffi sulla schiena, morsi sul collo, mentre lui si masturbava con foga disperata, venendo in un’esplosione di sottomissione.

Da allora, ci divertimmo ancora qualche volta. Le cene divennero pretesti per giochi sporchi: sotto i tavoli dei ristoranti milanesi, “piedini” discreti sotto il tavolo, dandling vari; in macchina, seghe solitarie e veloci mentre guidava; nel suo appartamento, sessioni di BDSM leggere dove io comandavo e lui si sottometteva, pentito e arrapato. Pesetti, fruste, pipì.. Sergio? Lui rimase all’oscuro, o forse no. L’ultimo a sapere, probabilmente.

Poi troncai tutto, di colpo senza preavviso, allontanandomi e rifiutando gli inviti. Era troppo promiscuo, non abbastanza attraente per di più. Il mio amante tornò, l’attrazione vinse. Sentivo che R. non si impegnava: avrei dovuto chiedere, ma odio farlo. Avrebbe dovuto capire le mie esigenze, e siccome non se le chiedeva, non faceva per me.

Lo rividi un anno e mezzo dopo. Cena a quattro con Sergio anche se non più assieme. La brianzola disapprovata dagli amici snob era durata un battito di ciglia. Ed ecco che eravamo la come ai vecchi tempi – ma l’aria era elettrica, diversa. R. teso, la nuova amante (questa volta russa e più grande delle altre) ignara chiese: “Ma voi due siete stati assieme?”. Lui arrossì, chinò il capo, distolse lo sguardo. Avrei potuto far esplodere la serata in un caos memorabile, ma sorrisi divertita: “Ma figurati”.

Eppure quel vecchio coglionazzo riusciva a divertirmi. Avevo notato che aveva nostalgia, devo ammettere che durante la nostra frequentazione si era lasciato sfuggire a degli entusiasmi espressi verbalmente. Credo che la cosa che lo colpì di più era il mio approccio diretto. Per  quelli della sua generazione non è assolutamente pensabile che una donna, incontrata in un contesto di quotidianità possa avere tendenze simili. Era qualcosa di nuovo, spiazzante e dannatamente eccitante per lui.